A quale prezzo? La localizzazione della produzione di alimenti segue solo la pura logica del mercato…

cibo locale, salumi, territorio

 

Generalmente l’agricoltura si concentra dove vi sono grandi estensioni di terreni pianeggianti (non importa se ottenuti distruggendo boschi o foreste) e dove la manodopera costa ancora poco. 

In tutto il mondo l’agricoltura industriale tende ad essere praticata con le medesime tecniche. Così si fa piazza pulita di tutto quello che era il risultato di secoli e millenni di adattamento (diversità biologica e culturale, conoscenze contestuali).  Purtroppo il consumatore finale non vede questi costi ma solo il prezzo di vendita del prodotto.

Un prezzo che mette spesso fuori mercato il cibo buono, pulito ed eticamente giusto. Tutto quello che non ha un prezzo, che non è stato mercificato non ha valore nella società di mercato, così quei valori che le società tradizionali ritenevano preziosi non contano più: l’integrità dei sistemi ecologici, i valori sociali e umani non entrano nel prezzo, non si traducono in valore di scambio, quindi sono svalutati e messi in soffitta. Per lavarsi la coscienza il mercato si inventa forme di certificazione (ecolabel e simili) che sono più facilmente accessibili alle grandi aziende, che ne padroneggiano i meccanismi formali (e pagano gli enti certificatori), rispetto alle piccole.

Attraverso passaggi successivi si è arrivati alla delocalizzazione della produzione e del consumo alimentare, all’omologazione, semplificazione, del paesaggio e dell’agricoltura. Le campagne, ricche di elementi di specificità che consentivano di riconoscere il paesaggio di ogni regione agraria (unità molto più piccole delle province) sono scomparse. In montagna c’è il deserto verde che ha inghiottito campi e prati. In pianura la landa desolata dell’agroindustria, dei campi perfettamente livellati ed enormi, senza alberi, senza siepi, senza fossi, senza argini. Questo è l’effetto negativo principale della delocalizzazione: con la delocalizzazione della produzione si delocalizzano anche le responsabilità, si perde il potere di controllo (trasferito ad apparati sempre più invisibili ma potenti). Se si torna a parlare di cibo locale è perché ci si è resi conto dei molti aspetti negativi, sul piano locale e globale, sociale ed ambientale che sono conseguenza del sistema globale del cibo industriale.

Venendo meno la produzione locale si perde la cultura del cibo che è adattamento alla specificità locale, che vive di relazioni tra contadini, artigiani, cucinieri. La cultura del cibo locale vive quando chi consuma una preparazione, chi la prepara, chi trasforma la materia prima agricola sono inseriti in un circuito in cui ogni elemento è in relazione con altri. Se il piatto è collegato al campo chi coltiva orienterà il suo lavoro a determinati obiettivi di qualità che massimizzano il valore di una preparazione. E’ da questi circuiti, che una volta si chiudevano nella stessa famiglia contadina o che, al massimo, coinvolgevano l’osteria, il norcino, il casaro ecc. che nasceva la qualità specifica di un prodotto e di una preparazione che a volte restava totalmente anonima e soddisfaceva solo la fame ma, spesso, diventava una specialità degna di reputazione anche in tempi di forzata sobrietà alimentare assurgendo a elemento di identificazione locale. 

Al contrario, il cibo che viene da “non si sa dove”, che è offerto sui banchi dei super e ipermercati tutti i mesi dell’anno, è sempre più irriconoscibile, storpiato e cancerogeno. L’industria alimentare mondiale controllata da poche multinazionali è diventata abilissima nel ricombinare in mille modi apparentemente accattivanti un cibo impoverito. Pochi alimenti base (mais, soia, frumento, latte) prodotti su grande scala a costi irrisori vengono utilizzati, insieme ai sottoprodotti dei processi di lavorazione, per ricavarne molti derivati che sono inseriti in ogni alimento. Così nelle bibite c’è il mais (la componente zuccherina) e il latte è quasi ovunque (a partire dalle carni conservate).

Alle forme di controllo dall’alto e di omologazione si vuole contrapporre la modalità delle reti e della cooperazione. Il piano del recupero di “microsovranità” alimentare ben si presta a innescare processi di ricostruzione di iniziativa comunitaria, sia sul piano economico che sociale e culturale.

 

Benscelto promuove le produzioni locali

18 giugno – evento – Bontà del territorio, assaggiare per credere!!!
25 agosto – evento – Sapori del mercato contadino
Menu