E’ tempo di vino

vino selezionato da benscelto.it

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È arrivato l’autunno! È  adesso che nasce il vino e ognuno lo fa modo suo… ma c’è differenza tra vino biologico, vino biodinamico e vino naturale?

Prima di tutto è bene chiarire che i tre termini non sono sinonimi, ma condividono la stessa filosofia: migliorare la qualità del prodotto finale rispettando la natura e la localizzazione. Ricercano qualità più che quantità in contrapposizione al mercato delle grandi industrie vinicole alquanto avide nello sfruttare la terra, nel trasformare il mosto in vino con più sostanze chimiche possibile, comprare certificazioni e immettere nel mercato globale milioni di bottiglie, magnum e mezze bottiglie da viaggio anche per il pranzo in aereo.

Ma veniamo alle differenze tra biologico e biodinamico. La più sostanziale ed interessante è che solo il vino biologico è riconosciuto a livello legislativo in quanto prodotto da agricoltura biologica certificata e regolamentata da leggi dell’Unione Europea, mentre quella biodinamica elaborata negli anni ’20 dal teosofo Rudolf Stainer, è regolata solo dall’associazione Demeter che rilascia la certificazione ai prodotti seguendo le loro linee guida. Tali prodotti devono però essere stati precedentemente certificati bio.

L’ agricoltura biologica segue determinate tecniche di coltivazione che rispettano i cicli naturali della terra come la rotazione delle colture per migliorarne la fertilità, la pacciamatura per proteggerla dagli sbalzi termici e  per ostacolare la crescita di erbe infestanti. Altrettanta importanza viene data alla coltivazione di vegetali e frutti autoctoni rigorosamente no OGM. Purtroppo è previsto anche l’uso di pesticidi, fertilizzanti sintetici e altri prodotti chimici, ma ovviamente con restrizioni.

Altra cosa che non piace ai degustatori di vino sta nella pratica di vinificazione in cantina che è troppo simile  a ciò che è consentito nella vinificazione convenzionale, sebbene il vino biologico presenti una minore quantità di solfiti.

Un vino biologico rosso può essere ottenuto tramite l’utilizzo di lieviti selezionati, batteri lattici, gomma arabica, pezzi di legno di quercia e tannini aggiunti. Allo stesso tempo può subire processi di correzioni di acidità e contenere, in caso di residuo zuccherino fino ai 2g/l, fino a 100 mg/l di solforosa e 150 per i bianchi fermi

Confrontandolo con un prodotto convenzionale, un vino biologico quindi si  dovrebbe differenziare soprattutto per il minor contenuto di solfiti e perché il prodotto finale  dovrebbe rispecchiare maggiormente la qualità del frutto, dal momento che le pratiche più invasive e snaturanti non vengono utilizzate.

“Il vino biologico affonda le radici delle sue vigne nell’agricoltura biologica”

Il vino biodinamico è ottenuto da agricoltura biodinamica che potremmo definire come naturale figlia dell’agricoltura biologica.

La filosofia di fondo  è quella di rispettare quanto più possibile la Natura, stando al passo con i suoi cicli e sfruttando spesso alcuni concetti legati alle fasi lunari. I preparati che innescano processi di formazione dell’humus e gli stimolatori della luce e del calore sono esclusivamente di origine naturale e vengono prodotti e utilizzati in determinati periodi dell’anno. L’utilizzo di trattori e altri strumenti meccanici è quanto più possibile limitato. E’ bandita la chimica dei fitofarmaci e, ribaltando la logica dell’agricoltura industriale che fa uso smodato di antiparassitari, antibiotici e pesticidi,  per combattere le malattie si cerca di innescare reazioni  naturali per mantenere la pianta in salute. La produzione biodinamica prosegue ovviamente anche in cantina dove il vino viene, diciamo così, aggiustato,modellato. Qui la differenza la fa la quantità di anidride solforosa che è possibile utilizzare: 70 mg/l nei vini rossi, 90 mg/l nei vini bianchi e 60 mg/l in quelli frizzanti. Una quantità ridotta rispetto ai vini biologici.

“Il vino biodinamico ricerca e rinsalda il connubio tra cielo e  terra”

 Vini naturali: in assenza di una normativa, i vini naturali sono prodotti secondo regolamenti elaborati e condivisi da associazioni di produttori. Le più autorevoli in Italia sono VinNatur ed il Consorzio Viniveri. I vini naturali sono realizzati da produttori indipendenti su vigneti a basse rese  principalmente con uve bio e fermentazione spontanea con utilizzo di lieviti indigeni già presenti nell’uva raccolta. E’ proibito l’utilizzo di qualsiasi pesticida e concimazioni organiche sostituiscono quelle chimiche. Inoltre son vietati chiarificanti di origine animale come albumina, caseina o colla di pesce ammessi invece nel bio. Si cerca di limitare il più possibile la vendemmia meccanica, a favore di quella manuale e quando l’uva arriva in cantina non viene sottoposta a pratiche invasive come la dealcolizzazione o l’aggiunta di zuccheri. L’imbottigliamento è solo in vetro e la plastica non è ammessa neanche per i tappi. Ed anche qui, abbiamo l’immancabile limitazione dell’anidride solforosa, unico additivo ammesso. Il vino deve averne un quantitativo totale non superiore a 50 mg/litro per vini bianchi, frizzanti, spumanti, rosati e dolci e non superiore a 30 mg/litro per vini rossi.

A differenza dei vini omologati il vino naturale risulterà  ogni anno diverso dal precedente e stimolerà i palati più curiosi…”

Come si è visto le tre tipologie di produzione sono l’una lo sviluppo dell’altra nel tentativo di raggiungere un prodotto il più ecosostenibile possibile. Purtroppo i vini biologici ammettono pratiche di vinificazione molto simili a quelle convenzionali tanto che, come abbiamo già sottolineato, si possono utilizzare lieviti non originali, batteri lattici, gomma arabica, insaporitori vari e aggiungere tannini. Il risultato è l’accesso alla produzione di vino biologico alle grandi aziende industriali con la conseguenza che la certificazione biologica non assicura in nessun modo al consumatore un rapporto più intimo tra vino e territorio ne’ una maggior salubrità del prodotto. Come dire… certificazioni alquanto ingannatrici e nobili idee che devono comunque convivere con costi e richieste dell’ambiguo mercato.

 

 

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